L’educazione finanziaria nella nuova politica del welfare state

6 Giugno 2017

Lorena Tumari
Owner Pesceconleali

Negli ultimi due anni i corsi di Educazione finanziaria sono diventati il must del nuovo “cittadino consapevole”. Spuntano dappertutto, dai centri metropolitani ai quartieri di periferia e persino negli oratori: la loro consistenza è paragonabile alle degustazioni per “piccoli sommelier” organizzati dalle cantine per vendere vini.

La chiamano anche “alfabetizzazione finanziaria” e chiunque, dalle banche ai Comuni supportati dalle stesse banche, alle scuole su iniziativa della Banca d’Italia, avvertono la necessità di indicare ai cittadini la strada per uscire dalla loro ignoranza.

Come nelle degustazioni, il contenuto viene diluito in più incontri e i temi sono di diversa intensità: si parte dai concetti base per approdare in seguito ad argomenti più strutturati.

Ma tanta onorevolissima premura nasconde un paio di perplessità: perché l’ignoranza finanziaria del cittadino medio è diventata improvvisamente una priorità nazionale? Come possono le banche salire in cattedra se per prime, come nel caso del progetto “Pattichiari” (anche questo onorevolissimo) nato con l’intenzione di tutelare il risparmiatore, falliscono le loro previsioni fornendo informazioni fuorvianti?

Essere ignoranti è un limite, talvolta una qualità, ma mai una colpa. Chi sa di ignorare è un uomo fortunato e benedetto da Socrate. Oggi però i corsi di Educazione finanziaria sono diventati più numerosi e diffusi dei corsi di pronto soccorso, perché il denaro ha la priorità sulla vita. Chi non si “alfabetizza” e non partecipa agli “aperitivi finanziari” è doppiamente colpevole: un po’ come il fumatore che non smette di intossicare se stesso e chi gli sta vicino, rifiutandosi di affrontare la sua dipendenza. L’ignoranza finanziaria è percepita come un cancro sociale che fa ammalare intere famiglie e forse anche le banche.

Pattichiari, nel primo pomeriggio di lunedì 15 settembre del 2008, valutava sicuri quattordici titoli emessi da Lehman Brothers. Dopo qualche ora, la terza banca d’affari americana dichiarò il fallimento. Com’è potuto succedere? L’Associazione Banche Italiane non era educata a sufficienza?

Ben venga qualunque iniziativa sviluppata per promuovere conoscenza. Ma le scuole, anzi il MIUR che inserisce programmi di Educazione finanziaria per docenti e alunni di ogni età, persino nelle classi elementari, perché non aiuta innanzitutto i nostri figli allo sviluppo di un pensiero critico, quello che dà gli strumenti per analizzare, discernere e valutare qualunque evento della vita? Quali sono realmente i limiti mentali dell’essere umano, bancario e non? Prima di essere educati alla finanza sarebbe bello e utile approfondire i meccanismi della nostra mente e la sua diabolica abilità nel tendere tranelli anche al broker più esperto.

La percezione del rischio, la paura, la presunzione, l’avidità e talvolta il bisogno di riconoscimento hanno spesso guidato scelte finanziarie dove la conoscenza tecnica non ha saputo opporsi. Ecco che l’Educazione, proposta oggi da chi antecede la conoscenza nozionistica al pensiero critico, appare uno strumento inefficace e manipolatorio. L’ennesima terapia per malati immaginari i cui effetti saranno visibili, ma certamente non esplorati, alla comparsa del prossimo cigno nero.

 

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